martedì 4 maggio 2010

Porto Recanati: caleidoscopio di paesaggio, cultura e arte


Il legame tra Recanati e Giacomo Leopardi è indissolubile e per questo non solo turisti, ma soprattutto studiosi e critici letterari soggiornano a Recanati per consultare la biblioteca e studiare le "sudate carte" dell’insigne Poeta.
Non meno degno di rilievo è comunque per il visitatore Porto Recanati che si incontra lungo la costa Adriatica, proprio ai confini tra la provincia di Macerata cui appartiene e quella di Ancona.
Porto Recanati è proprio all’inizio della bellissima riviera del Conero che vanta anche altri luoghi ameni come Numana, Sirolo e la punta del Conero
Vi è un incantevole litorale costeggiato in gran parte da uno lungomare pedonabile che parte proprio dal centro di Porto Recanati;
Su di esso si affacciano le tipiche casette colorate dei pescatori, tutt'oggi presenti e attivi nel rispetto delle tradizioni, a ricordo dei tempi antichi in cui i pescatori, venendo dal mare distinguevano la casa proprio dal colore in cui era tinteggiata.
Ma Porto Recanati non è solo paesaggio marino e litorale affollato di stabilimenti balneari, alberghi e ristoranti; è anche importante per i reperti archeologici ed artistici.
La zona di Porto Recanati conserva infatti, poco più a sud dell'attuale centro, i resti della romana Potentia, colonia marittima fondata nel 184 a.C. e abbandonata nel V sec. d.C.; al XII sec. risale la fondazione dell'abbazia di S.Maria in Potenza, costruita nei pressi dei citati resti. La storia dell'attuale centro comincia invece nel 1299, quando Federico II ordina la costruzione di un castello e di un porto tra le foci dei fiumi Potenza e Aspio; il castello, più volte distrutto e ricostruito, fu completato nel XV sec, mentre il grande porto non fu mai realizzato. Nel XVI sec. la città cambia il proprio nome in Porto Giulio, in onore del papa Giulio II - di questo periodo è la costruzione della chiesetta della Banderuola, sul luogo della prima leggendaria "traslazione" della Santa Casa di Loreto. Da sempre strettamente legata alla città di Recanati, in quanto suo prezioso sbocco sul mare, Porto Recanati raggiunge l'autonomia solo nel 1893. Di notevole interesse artistico è la Pinacoteca Moroni.
Una curiosità linguistica: pur scarsamente documentato, il dialetto della città costituirebbe una parlata di transizione tra quelle anconetane e quelle maceratesi, in una sub-area del gruppo anconitano detta osimano-lauretana,che comprende parlate già differenti dall'anconitano vero e proprio per l'influsso del maceratese.
Ed ancora: forti sono i legami tra Porto Recanati e l’Argentina e la storia comune iniziò con le grande ondate migratorie del 900.
Migliaia le famiglie marchigiane che arrivarono su queste sponde, perché spinte dalla mancanza di lavoro e la povertá nel natio loco ma portatori di una cultura millenaria e di valori etnici di cui rilevante è la traccia nel Paese sudamericano.

domenica 2 maggio 2010

Curiosità toponomastiche romane


Quando si parla di Roma ovviamente il pensiero va alla sua storia ed alla sua arte.
Roma tuttavia è anche un’enciclopedia di curiosità che trova riscontri in documenti antichi ed anche nei libri dei grandi viaggiatori tra cui eccellono Goethe e Stendhal nonchè moltissimi pittori di storie romane.
Una branca importante da cui si possono trarre preziose informazioni sulla Roma di "tutti i giorni" nel corso dei secoli è proprio la toponomastica in cui vi è in sostanza “il razionale” dei nomi assegnati alle varie strade.
Gli esempi curiosi, meritevoli di nota sono tanti:basti pensare a Piazza delle Coppelle il cui nome trae dal mestiere prevalentemente esercitato nella zona.
Qui infatti erano insediati i "cuppellari", fabbricanti di "cuppelle", i piccoli barili che servivano per il trasporto del vino.
Roma riconoscente intitolò alla categoria una chiesa, Santa Maria in Cappella, dove "Cappella" richiama l’antico nome di "cuppella"
Altro esempio significativo è dato dalla via dell’Arco della Ciambella la cui storia è molto articolata. Sembra infatti che tutto derivi da un ritrovamento di una corona imperiale fatto durante gli scavi delle terme di Agrippa al Pantheon voluti dal cardinale della Valle.
La corona apparve somigliante a certe ciambelle che all’epoca si mangiavano a Roma. L’oste di un’osteria lì accanto, cavalcò l’onda dell’entusiasmo per il ritrovamento e intitolò il locale “all’Arco della Ciambella “. A oggi il nome è l’unico sopravvissuto: la locanda è scomparsa e i resti delle terme furono demoliti
Ancora più intressante è la toponomastica di via due Macelli.
Questa via copre un tratto dell'antica via Paolina, così chiamata perché costruita per volontà di Paolo III Farnese (1534-1549). In seguito mutò il toponimo in via dei Due Macelli a causa di due spacci di carne (uno dei quali appartenente al duca Mattei) che qui erano situati, dove la carne veniva macellata e venduta finché Leone XII fece costruire, nel 1825, il mattatoio fuori di Porta del Popolo
Nella Via Due Macelli, si scoprirono nel 1889 levestigia d'una piccola chiesa od oratorio cristiano. Forse quella di S.Ippolito che rientra nel novero delle tante chiese scomparse di Roma
Gran parte della vita culturale ed artistica di Roma ha trovato sede nei palazzi che delimitano la strada.
Ancora oggi assume rilievo il teatro Margherita che fu uno dei primi café chantant italiani ispirato ai corrispondenti locali francesi.
Vi approdarono comici e prime donne nostrane, bellissime cantanti e ballerine: Lina Cavalieri, Amalia Faraone, Anna Fougez e tante altre. Gli artisti non furono da meno: Ettore Petrolini, Renato Cantalamessa, Raffaele Viviani, Trilussa e Gennaro Pasquariello.

giovedì 29 aprile 2010

La Comunità armena di San Lazzaro


Venezia è una meta frequentatissima da parte dei turisti di tutto il mondo, attratti dal fascino della laguna, dall’arte, dai paesaggi peculiari della "Serenissima"
Ma non tutti conoscono San Lazzaro degli Armeni, una piccola isola nella laguna veneziana, che si trova immediatamente ad ovest del Lido.
L'isola che è uno dei primi centri del mondo di cultura armena, proprio perché situata ad una certa distanza dalle isole principali che formano il centro storico di Venezia, era nella posizione ideale per lo stazionamento in quarantena e per tale ragione fu perciò usato dal XII secolo come lebbrosario (lazzaretto), ricevendo il relativo nome da San Lazzaro mendicante, patrono dei lebbrosi.
Nell 1717 la Repubblica di Venezia consegnò l’isola di San Lazzaro ad un gruppo di monaci armeni che erano fuggiti dalla persecuzione turca ad Istanbul,
Mekhitar ed i suoi diciassette monaci restaurarono la chiesa e ivi costruirono un monastero, ingrandirono di quattro volte l'isola fino alla attuale grandezza di 3 ettari.
Oggi l'isola di San Lazzaro è occupata completamente da un monastero che è la casa madre dell'ordine dei Mekhitaristi.
La Chiesa di San Lazzaro degli Armeni ospita una biblioteca di circa 200.000 volumi, così come un museo con oltre 4.000 manoscritti armeni e molti manufatti arabi, indiani ed egiziani, tra cui la curiosa mummia di Nehmeket del 1000 a.C. Nella ricca biblioteca sono custodite anche molte opere d'arte di Palma il Giovane e Ricci, oltre ad un bell'affresco del Tiepolo.
I collegamenti con l’isola sono tutt'altro che frequenti e sembra vi sia una sola visita guidata al giorno.
Non si può trascurare di porre in evidenza in queste brevi note che l’isola degli armeni può essere considerata una piccolissima, ma significativa comunità di lingua Armena.

martedì 27 aprile 2010

La minoranza etnolinguistica di Sauris


Iniziamo a soffermarci, come abbiamo annunciato in questo blog nell'articolo del 20 aprile 2010 sulle molteplici minoranze etnolinguistiche diffuse in Italia.
Dedichiamo la nostra attenzione a Sauris, un paese incantevole dell’alta Carnia in Friuli, ma certamente non facile a raggiungersi. Infatti il turista deve andarci di proposito in questo luogo isolato,situato sulla regione montuosa della Carnia in val Lumiei, in un bacino artificiale tra i più grandi del Friuli, creato dallo sbarramento del torrente Lumiei.
E’ un paese da fiaba,che sembra, secondo tradizioni e leggende, sia stato fondato a cavallo tra il XIII ed il XIV secolo da due soldati tedeschi che, stanchi della guerra, fuggirono dalla Germania, rifugiandosi nella valle impervia dell’alta Carnia.
Per questa ragione Sauris, in dialetto tedesco Zahre, è abitato da genti tedesche di lingua tedesca proveniente presumibilmente dalla Carinzia.
Le tradizioni della gente di Sauris sono rimaste intatte nel tempo, nella lingua di origine medievale, nella cultura popolare e religiosa coniugate con un sentimento di stretta appartenenza alla Carnia.
Numerosi sono gli studi su questo idioma di Sauris per molti versi simili a quello sappadino.
Non sono poche le iniziative per diffondere nelle scuole la lingua di Sauris e nelle messe cattoliche viene celebrato il Pater Noster nella lingua di Sauris, Al tempo stesso dovrebbero esservi delle Bibbie tradotte nella lingua di Sauris.
Si può considerare quindi il Paeese più significativo della Carnia,in cui è molto vivo il culto per il santo guerriero Osvaldo, re cristiano di origine inglese, lo stesso a cui è dedicata la chiesa di Cima Sappada (articolo del 1 febbraio 2010)
Il legame a Sappada è molto forte e abitanti dei due Paesi nel mese di Settembre di ogni anno si recano pellegrini in Austria, proprio in Carinzia, appena dopo il confine nlla chiesa di Maria di luggau. Le attività del passato caratterizzano ancora la vita economica del paese: il prosciutto in primis, ma anche i tessuti e gli oggetti in legno rappresentano le maggiori produzioni locali e le principali fonti di occupazione e guadagno.

domenica 25 aprile 2010

Le terre artiche delle isole Svalbard



Fu grande l’emozione quando appresi che dovevo andare per un congresso per alcuni giorni nel luogo più a nord nell’oceano glaciale artico. Finalmente potevo visitare le isole Svalbard a me note soltanto dai libri di geografia.
Queste isole estreme, sono, come è noto,nella parte più settentrionale della Norvegia di cui fanno parte.
Sembra che queste isole scoperte dall'olandese Willem Barents nel 1596 sevivano da base internazionale per la caccia alle balene nel XVII e XVIII secolo e costituivano anche la base di partenza per molte esplorazioni artiche.
La sovranità norvegese venne riconosciuta nel 1920, anno nel quale l'area venne demilitarizzata da un trattato. La Norvegia prese in carico la loro amministrazione nel 1925.
Fu dalle Svalbard che il 23 maggio 1928 il dirigibile Italia, al comando di Umberto Nobile, partì per il Polo Nord, spedizione che come noto ebbe un tragico epilogo.

La gran parte delle Svalbard è coperta da ghiacci. Infatti il nome Svalbard significa "costa fredda". Comunque la Corrente nord-atlantica modera il clima artico, mantenendo le acque circostanti aperte e navigabili per gran parte dell'anno. La principale attività economica è l'estrazione del carbone, cui si aggiungono la pesca e la caccia. La Norvegia dichiara una zona di pesca esclusiva di 200 miglia nautiche, che non è riconosciuta dalla Russia.
Queste sono le sintetiche notazioni storico geografiche.
Interessantissima è la fauna in queste isole contraddistinte da un delicato equilibrio ecologico.
L'elemento più importante della fauna è l'orso bianco, che vive predando le foche, tra cui le più diffuse sono la foca degli anelli e la foca barbata. La renna è presente nella forma nana, mentre il bue muschiato è stato reintrodotto con successo e il tricheco, sterminato in passato, compare adesso sporadicamente. Vi sono anche la volpe artica e la lepre artica oltre ad abbondanti specie di uccelli , presenti a milioni lungo le coste tra cui i rari gabbiani di Sabine e d'avorio.
L’unica isola abitata è Spitsbergen, la piu’ grande, dove vi è la capitale Longyearbyen, sulla foce del fiordo principale dell’isola. Questa citta’ nacque come sede di miniere carbonifere e per questo era abitata fondamentalmente da minatori e pescatori.
Oggi invece le attivita’ principali sono molto piu’ redditizie e meno faticose, infatti il turismo, la ricerca scientifica e le attivita’ commerciali rappresentano le risorse piu’ sfruttate.
In effetti le Isole Svalbard non sono un luogo climaticamente gradevole, in quanto ci sono 4 mesi all’anno di buio completo e le notti raggiungono 40°C sottozero. Per questi motivi la popolazione è soprattutto giovanile perché gli anziani, a causa di strutture attrezzate preferiscono vivere in Norvegia.
I cittadini di Longyearbyen oggi sono soprattutto stranieri, e per la maggior parte studenti e scienziati dell’UNIS (University Centre in Svalbard).
A Longyearbyen vi è lo Spiitsbergen Airship Museum che ha l’obiettivo di di divulgare la conoscenza, la storia e il significato delle spedizioni intraprese con il dirigibile, in Artico.
Nella capitale che conta soltanto qualche migliaio di abitanti si può mangiare molto bene : vi sono infatti ristoranti con cucina internazionale, ma anche quelli a cucina locale in cui si può “gustare”la renna e varie tipi di uccelli ed in qualche caso anche foca e orso polare.
Si può concludere dicendo che un viaggio alle Svalbard è un’esperienza più unica che rara che comunque mi ha lasciato un bellissimo ricordo, legato soprattutto a paesaggi non riscontrabili alle nostre latitudini.
Immaginatevi che vi andai a Maggio quando non vi è il buio ed il tutto assume una dimensione non reale da noi percepita alle nostre latitudini quando vi è un'eclissi solare.Almeno queste sono state le mie sensazioni!

sabato 24 aprile 2010

Sepino: archeologia, storia e tradizioni


Quando si parla dell’Italia archeologica, il pensiero va sovente a Paestum,Pompei, Ercolano in Campania, alle antichità romane, a Segesta,Selinunte ed Agrigento in Sicilia.
Ma questi sono soltanto degli eccellenti esempi perché non meno celebri sono altri luoghi e tra questi Sepino nel Molise e precisamente nella provincia di Campobasso.
Della Sepino sannitica , importante città fortificata che precedette quella romana, rimangono soltanto tratti della cinta muraria sul colle di Torrevecchia .
Il luogo di cui parla Tito Livio veniva usato già in epoca sannitica come punto d'incontro e di scambio dei prodotti agricoli con quelli pastorali in occasione delle migrazioni stagionali delle greggi, quindi scalo e porto di mercato.
Dopo la sconfitta subita dai Sanniti ad opera dei Romani, la popolazione abbandonò il sito di altura di Terravecchia per riversarsi nella pianura ed iniziò a costruire il nuovo nucleo urbano proprio nel punto d'incrocio delle due strade che divennero le arterie principali: il cardo e il decumano massimo.
Ma andiamo con ordine. Perché il nome Sepino? Fa da guida il latino con il verbo saepio ( recingo). La città, secondo recenti scavi, era destinata probabilmente ad accogliere gli ovini durante gli annuali spostamenti della transumanza.
Saepinum infatti è la città romana di pianura che sorge all'incrocio di due importanti strade: il Tratturo Pescasseroli-Candela attraversato dalle greggi transumanti nei loro spostamenti stagionali e l'altra, ad esso trasversale, che scende dal Matese e continua in direzione della fascia costiera
La città a pianta quadrangolare, voluta dallo stesso Augusto tra il 2 aC al 4 dC era già organizzata nel II sec. a.C., come attestano diverse strutture individuate attorno al foro e lungo il lato meridionale della cinta muraria. Alla prima età imperiale si può far risalire la costruzione o il rifacimento dei maggiori e più importanti edifici quali il foro, la basilica, le terme, forse il teatro e soprattutto la cinta muraria.
Lungo il circuito murario, realizzato in opera reticolata, si aprono le quattro porte monumentali in asse con le principali arterie viarie, mentre una serie di torri a pianta circolare sono dislocate lungo l'intero perimetro ad una distanza ci circa 100 piedi l'una d'altra.
Sarebbe limitativo fare menzione soltanto della città archeologica.
Il centro storico di Sepino, infatti racchiuso nell'area dell'antico borgo medievale, è un piccolo gioiello di architettura medioevale nel quale ad un'ampia piazza corrispondono un certo numero di tipici vicoletti, in cui si inseriscono qua e là sobri ed eleganti palazzi, monumenti e non meno pregevoli chiese come quella di Santa Cristina del XIII secolo.
E’ un paese, come del resto tutto il Molise, ricco di tradizioni e feste
Nella notte di San Silvestro ad esempio si svolge "la notte dei bufù", durante la quale si eseguono le "maitunate", i canti augurali e di questua intonati per il Capodanno. nell'attesa del mattino, del nuovo giorno e del nuovo anno. Con l’ausilio del Bufù un tamburo a frizione monopelle.
Sepino, che nell’epoca imperiale,divenne meta di villeggiatura per i nobili romani, è ben conservata ed ospita giustamente un numero di turisti sempre crescente ed è inserita nel calendario estivo di manifestazioni culturali itineranti.

mercoledì 21 aprile 2010

L'abbazia cistercense di Fiastra


Gli ordini benedettini sono stati determinanti per lo sviluppo della cultura europea: basti pensare al semplice motto "ora et labora" per rendersene conto e per comprendere il radicale cambiamento indotto nella struttura monastica dell’epoca. In quel solco tracciato da Benedetto si distingue l’ordine cistercense,che si ispira a San Bernardo anche in antitesi con l’ordine cluniacense. Testimonianze feconde sono le abbazie disseminate su tutto il territorio italiano e caratterizzate da un’architettura di transizione tra il romanico ed il gotico.
Molte sono le abbazie degne di rilievo e tra queste,senz’altro, quella di S.Maria di Chiaravalle di Fiastra del XII secolo rappresenta uno dei monumenti più pregevoli e meglio conservati dell’architettura cistercense in Italia. L’abbazia, al pari di altri abbazie,rispetta il principio di essere ubicata, in zone in conformità alle esigenze monastiche, non molto vicine ai centri abitati e nei pressi delle grandi vie di comunicazione per favorire l'accoglienza dei pellegrini.
Le abbazie cistercensi hanno tutte uno stesso schema, perché tutte si ispirano ad una pianta tipo, che distribuiva gli spazi in conformità ai momenti della vita quotidiana scanditi dalla Regola. L'edificio sviluppa un modulo spaziale quadrato, ispirato ai modelli biblici, in particolare alla Gerusalemme celeste.
La chiesa dell’abbazia, che è stata fomdata nel 1142 ed ha subito numerose vicissitudini, è dedicata a S. Maria di Chiaravalle costruita nel 1200 e che presenta tre navate, una copertura a volta, con la navata centrale di legno ed un portale policromatico. Le absidi sono a forma quadrata secondo la tipica tradizione cistercense. Di fronte alla chiesa in cui vi sono anche pregevoli affreschi con immmagini del Crocifisso e dei Santi (1173) sorge il monastero con un chiostro molto ampio con una bellissima sala del Capitolo. Nell’area abbaziale vi è anche un interessante museo della civiltà contadina che raccoglie oggetti agricoli dei secoli passati
Per chi si dovesse recare a Chiaravalle ha la possibilità di immergersi dunque in una cornice scenografica stupenda per la bellezza dei paesaggio naturale, le dolci colline e la verde pianura.