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martedì 26 luglio 2011

San Ferdinando la chiesa simbolo dei Borboni a Napoli

Nel famoso libro di Harold Acton  sono tracciate in modo puntuale le vicende storiche dei Borboni a Napoli.

Sono messe in evidenza le contraddizioni, il populismo, ma anche le grandi innovazioni in campo giuridico e sociale di cui i maggiori artefici furono Tanucci e Filangieri.

La chiesa simbolo di Napoli del periodo borbonico ed in particolare di re Ferdinando  è quella proprio dedicata al Santo Ferdinando situata nel cuore di Napoli e cioè nella piazza Trieste e Trento non lontano da Palazzo Reale, Piazza del Plebiscito e il famoso caffe Gambrinus in stile liberty..

La chiesa fu costruita nel 1636 per iniziativa dei Gesuiti in onore di San Francesco Saverio e poi fu dedicata  al Santo per rendere omaggio a Ferdinando IV di Borbone, dopo l’espulsione dal Regno della Compagnia di Gesù nel 1767 ed il successivo passaggio all’ordine dei Cavalieri Costantiniani.

La facciata fu eretta su progetto di Cosimo Fanzago e dinnanzi all'ingresso era posta una cancellata in ferro battuto e pilastri in piperno ora scomparsa, probabilmente per lavori alla Galleria Umberto I di fine Ottocento.

Nell'interno, a pianta a croce latina con cappelle, si ammirano opere di Domenico Antonio Vaccaro, un ciclo pittorico di Paolo de Matteis ed il Sepolcro di Lucia Migliaccio di Tito Angelini.

mercoledì 13 luglio 2011

Il culto di Giuseppe Moscati nella chiesa del Gesù Nuovo a Napoli

E’ una pillola di viaggio desueta; non è tanto la descrizione di un luogo dal punto di vista storico ed artistico quanto invece un’attenzione al culto ed alla devozione del Medico Giuseppe Moscati, un santo grandemente venerato dal popolo napoletano.
Si tratta di un medico insigne e scienziato nato a Benevento nel 1880  e morto a Napoli nel 1927 di cui recentemente è stato anche  fatto un film dalla RAI.
Grande fu la dedizione per gli ammalati e gli indigenti, dedizione tuttavia che non gli sottrasse mai il tempo.
Questo medico  buono e santo è sepolto nella chiesa del Gesu nuovo l’importantissima chiesa del Corpo di Napoli, situata non distante da palazzo Filomarino abitazione per lunghi anni di Benedetto Croce.
La facciata della chiesa è a bugnato Cioè caratterizzata da particolari bugne, una sorta di piccole piramidi aggettanti verso l'esterno, normalmente usate dal Rinascimento veneto e del tutto sconosciute nel Meridione
L'interno barocco, a croce greca con braccio longitudinale lievemente allungato, presenta una ricca decorazione marmorea realizzata dal Fanzago nel 1630. Sulle controfacciate sono presenti affreschi di Francesco Solimena (navata centrale) e della sua scuola (laterali).
La tribuna è affrescata da Massimo Stanzione; nel transetto si ammirano affreschi di Sant'Ignazio di Loyola e di San Francesco Saverio.
Sulla destra vi è infine la cappella dedicata a San Giuseppe Moscati che conserva un dipinto all'altare di Massimo Stanzione.

venerdì 24 giugno 2011

La cripta della cattedrale di Salerno:raro esempio di bellezza barocca.

Già quando abbiamo parlato del pregevole ciclo eburneo di Salerno, abbiamo descritto sia pure sinteticamente la cattedrale costruita nel 1084 al tempo di Roberto il Guiscardo e dei meravigliosi amboni  degli ultimi decenni del XII secolo decorati, decorati con sculture e mosaici di ambito siciliano.
Abbiamo altresì accennato al grande fascino  della cripta che si estende per tutta la lunghezza dell’abside e che custodisce le spoglie mortali di San Matteo.
Ebbene intendiamo ritornare sulla cripta  della cattedrale che presenta connotazioni fortemente peculiari rispetto alle cripte delle altre cattedrali.
Siamo infatti abituati ad una severa architettura romanica e gotica in cui la cripta riflette lo stile della chiesa.
Basti pensare alla cripta  di San Magno che si trova  si trova sotto la navata trasversale della cattedrale superiore di Anagni ,una cripta splendente definita una piccola Sistina sotterranea con affreschi tipici del ciclo pittorico del duecento italiamo.
Ci siamo dilungati su questi meravigliosi esempi romanici,per ben mettere in evidenza la peculiarità della cripta della cattedrale di Salerno,ove,quando vi si accede,lo spettacolo è veramente mozzafiato e con un’alta carica emozionale.
Infatti per tutta l’area dell’abside sovrastante si vedono spazi  in completo stile barocco realizzati su progetto dell'architetto Domenico Fontana.
La tomba di San Matteo è al centro della cripta, e rappresenta il Sancta Sanctorum. Si trova esattamente sotto l'altare maggiore della soprastante Cattedrale, è seminterrata, ed è costituita da un ampio baldacchino marmoreo recante gli stemmi dei Borboni
Ai lati dell'altare, vi sono otto candelabri dorati che furono donati all'inizio dell'800 dalla Scuolamedica salernitana
Il visitatore non può che restarne estasiato e fa fatica a distaccarsi da quelle meraviglie.

domenica 12 giugno 2011

Il ciclo eburneo salernitano

Su Salerno, dotata di uno stupendo lungomare non secondo a quello di Napoli, abbiamo già parlato in questo blog a proposito della scuola medica salernitana e del giardino della Minerva
Salerno è una città che eccelle per l’architettura della sua cattedrale costruita al tempo di Roberto il Guiscardo nel 1084
Nella navata centrale si possono ammirare i celebri amboni degli ultimi decenni del XII secolo, decorati con sculture e mosaici di ambito siciliano.
Ed ancora di grande fascino appare la cripta che si estende per tutta la lunghezza dell’abside e che custodisce le spoglie mortali di San Matteo.
Agli inizi del ‘600' la cripta, restaurata in stile barocco su progetto dell'architetto Domenico Fontanaa ospita anche i resti dei SS. Martiri Salernitani Fortunato, Gaio, Ante e Felice, e le reliquie dei Santi Confessori.
Avremo modo tuttavia di tornare a parlare della cattedrale, perché la sua complessità architettonica impone un adeguato approfondimento.
Qui desideriamo invece ammirare gli avori salernitani che rappresentano  un ciclo di 67 tavolette di avorio (in origine erano una settantina) raffiguranti scene del Vecchio e Nuovo Testamento provenienti dalla Cattedrale di Salerno ed esposti per la maggior parte nel locale Museo Diocesano. Per la loro quasi completezza e l'eccellente stato di conservazione, rappresentano il ciclo decorativo eburneo più importante al mondo.
Nel complesso, il ciclo presenta tre, se non addirittura quattro stili decorativi differenti, tanti quanto si ritiene siano stati gli autori (due per il Vecchio Testamento, almeno altri due, se non tre per il Nuovo) ed anche le loro origini: sono state individuate possibili "maestranze" nordeuropee, arabe e bizantine, con precisi richiami a cicli eburnei prodotti nella vicina Amalfi, ma anche nel Nord Italia (in particolar modo agliAvori di Grado). La precisa "scelta" degli episodi raffigurati fa comunque intendere che non ci troviamo di fronte ad una Bibbia dei poveri", ma al cospetto di una committenza specifica e sicuramente colta, forse ecclesiastica. A conferma di ciò poi, tutte le figure, anche le più umili, non appaiono mai rozze o incolte, ma sempre lavorate con estrema precisione e finezza.

venerdì 27 maggio 2011

Spaccanapoli ed il filosofo Benedetto Croce

Vi è indubbiamente un legame indissolubile tra  Benedetto Croce  e Napoli ove  il filosofo vi abitò stabilmente fino alla morte (19529.
Per questo motivo Napoli, prima con Gian Battista Vico , il filosofo dei corsi e ricorsi, e poi con Benedetto Croce è stata nel corso dei secoli un importante centro culturale
Vivida e tangibile testimonianza è rappresentata dalla celebre Spaccanapoli il rettilineo che divide in due la città antica,
Infatti  Spaccanapoli,nella parte centrale , corrispondente al decumano inferiore della Napoli greco romana reca il toponimo di via Benedetto Croce che abitò nel celebre palazzo Filomarino. . Su Spaccanapoli si affaccia in tutto il suo splendore il complesso trecentesco di Santa Chiara, centrato dal bellissimo chiostro delle Clarisse. La corte fu arricchita nel Settecento da un vivace rivestimento di riggiole, le tipiche mattonelle in maiolica raffiguranti paesaggi, scene di vita rustica, soggetti mitologici, in un complesso decorativo divenuto ben presto uno dei momenti di maggior richiamo nel capoluogo partenopeo.
Oltre la Chiesa di Sant’Angelo a Nilo e la Statua del Corpo di Napoli Spaccanapoli prende il nome di via San Biagio dei Librai, prosecuzione del Decumano Inferiore.
  Parallela a Spaccanapoli scorre via dei Tribunali, corrispondente al Decumano Maggiore, che, insieme al Decumano Inferiore, è una delle strade più importanti di Napoli, dichiarata Patrimonio dell’Umanità e inclusa fra i monumenti dell’UNESCO. La strada incrocia piazza San Gaetano, da dove si può accedere alla Napoli sotterranea. Fra i due Decumani si dipana la celebre e variopinta via di San Gregorio Armeno, nota in tutto il mondo per la presenza di numerose botteghe di pastori da presepe.

domenica 24 aprile 2011

Napoli agli occhi dei vedutisti dell'ottocento

 Come era Napoli, la città tanto decantata nel mondo agli occhi dei viaggiatori del Grand Tour?
In particolare quali sensazioni ed emozioni davano le sue bellezze paesaggistiche ed artistiche aii pittori della scuola di Posillipo formatasi proprio nella città partenopea nel terzo decennio dell’ottocento?
Stiamo parlando della scuola dei vedutisti che fu vera espressione del regno borbonico ed autentica testimonianza della Napoli di quel tempo.
I massimi esponenti furono Antonio Pitloo e Giacinto Gigante che si formarono alla scuola del grande Turner, famoso per avere riempito i suoi taccuini di viagio con schizzi sulle bellezze naturali degli incantevoli luoghi del golfo di Napoli.
Sembra interessante fare questo viaggio retrospettivo per ammirare la Napoli dell’epoca.
E’ una Napoli aderente alla realtà vero perché questi pittori erano maestri in un dipingere veduti stico rigorosamente fedele al vero, fin quasi ai limiti dell’illustrazione, la più didascalica possibile dei luoghi raffigurati.
Luoghi celebri come Castel dell’Ovo, Mergellina, Santa Lucia, il Golfo di Bapoli, la riviera di Chiaia, tanto per citarne alcuni, ne sono luminosi esempi. Ed ancora nei dintorni Sorrento, Marina Grande a Capri, Lacco Ameno ad Ischia, il castello di Baia.
Questa scuola, in particolare con il suo esponente di spicco Giacinto Gigante ha raffigurato anche luoghi e monumenti celebri e peculiari come la Cappella del tesoro e la guglia di San Gennaro.

martedì 22 febbraio 2011

La penisola sorrentina e la Punta della Campanella

La penisola sorrentina, protesa nel mare tirreno come spartiacque tra il golfo di Napoli e il golfo di Salerno è completamente attraversata dalla catena dei Monti Lattari, sede di un parco regionale, e termina (poco dopo Sant’Agata sui Due Golfi) con punta Campanella, di fronte all'isola di Capri, che ne rappresenta una ideale prosecuzione.
La Punta Campanella,separata dalla Bocca piccola dall'isola di Capri era chiamata dai greci promontorio Ateneo. I greci vi edificarono un tempio alla dea Atena la cui presenza è attestata dai ruderi archeologici tuttora visibili intorno alla torre saracena.
Prima che la penisola sorrentina fosse completamente romanizzato verso la fine del V secolo, i Sanniti riversarono dall’Appennino Centrale verso le coste dell’Italia meridionale e nel IV secolo anche la penisola sorrentina venne occupata. Una conferma è data dall’importante scoperta di un’epigrafe rupestre in lingua osca databile al III-II secolo. 
Oggi sul promontorio sorge la Torre di Minerva, fatta costruire da Roberto d’Angiò nel 1335, e rifatta nel 1566. La torre aveva una funzione di allarme in caso di attacchi di pirati e faceva parte di una serie di torri di avvistamento costruite lungo tutta la penisola sorrentina. Sulla torre veniva fatta suonare una campana in caso di allarme e questo è l'origine del nome di Punta Campanella.
E’ un luogo stupendo e senz’altro uno dei più belli del mondo che lascia incantato ogni visitatore.

venerdì 18 febbraio 2011

Gli affreschi di Sant'Angelo in Formis

L’abbazia di Sant’Angelo in Formis situata nei pressi di Capua è un gioiello dell’architettura romanica Si trova lungo il declivio occidentale del monte Tifata .ed inizialmente l’edificio è indicato come ad arcum Dianae ("presso l'arco di Diana"),

Successivamente ci si riferisce ad esso con le denominazioni ad Formas, Informis o in Formis. L'interpretazione etimologica è controversa: potrebbe rappresentare la vicinanza di un acquedotto ( in latino Forma) od anche l'ipotesi è che derivi dal termine latino forma ("acquedotto"), e che stia ad indicare la vicinanza di un condotto o di una falda; mentre dall’altra il termine si considera derivato dalla parola informis cioè “senza forma", e quindi "spirituale").

La basilica la cui prima costruzione si può far risalire all’epoca longobarda, sulla base dell'ampia diffusione del culto dell'arcangelo Michele presso i Longobardi alla fine del VI secolo.fu ricostruita dall’abate Desiderio di Montecassino (1072-1087) con il pieno rispetto degli elementi architettonici di origine pagana.

La facciata è preceduta da un porticato a cinque arcate e a destra si trova il campanile il cui basamento è costruito con blocchi di reimpiego, disposti in modo regolare e vi è inserito Si è pervasi subito da un forte misticismo ispirato dalla visione delle straordinarie pitture bizantino campane all’interno della basilica, rappresentativi di uno dei più completi cicli narrativi del XI secolo.

Ci troviamo di fronte ad una lettura visiva di brani del Vecchio testamento e del Nuovo per tutti coloro che non sapendo leggere, non avevano altro modo di accedere alle sacre scritture.

Nell’abside centrale è rappresentato con chiara iconografia bizantina Cristo benedicente tra i simboli dei quattro evangelisti e nel registro inferiore Desiderio che offre la nuova Basilica, San Benedetto e gli Arcangeli Raffaele, Gabriele e Michele.Nella controfacciata è affrescato il giudizio universale che dà una immagine completa di un Medioevo mistico e fantastico.

mercoledì 26 gennaio 2011

Le edicole sacre a Napoli


Roma, Genova, Napoli, Palermo ed altre ancora sono città d’Italia ricche di edicole votive cioè di strutture architettoniche relativamente di piccole dimensioni, con la funzione pratica di ospitare e proteggere l'elemento che vi è collocato.
Il termine deriva dal latino aedicula, diminutivo di aedes ("tempio") e dunque con il significato originario di "tempietto". In origine si trattava di un tempietto in miniatura, che ospitava la statua o la raffigurazione di una divinità.
Se si fa un raffronto, esse hanno caratteristiche peculiari diverse da città a città.
A Palermo sono poste nei crocevia. Sbucano dai vicoli, dagli angoli delle strade, dalle entrate storiche dei palazzi, ricordando l'anima pagana della città. A Roma fanno bella mostra sugli angoli delle strade o all'interno dei palazzi. A Genova, nel 1846 ne parlava Charles Dickens, in "Pictures from Italy". In ardesia dipinta, in marmo o in semplice stucco, gli altarini si affacciano agli angoli degli antichi vicoli medievali, in genovese "carrugi".
Particolarmente interessanti ed originali sono quelle napoletane di cui le prime immagini apparvero a protezione di case e botteghe e, come nelle domus romane, davanti all'immagine ardeva una fiammella in una lampada votiva. Passeggiando tra decumani e centro storico, spesso s'incontrano piccoli altarini, tabernacoli, colorate bacheche, con figure di Santi e Madonne,espressione dell'arte povera e della religiosità popolare. Alcuni sono finemente curati con fiori, lampade; altri abbandonati e anneriti dal tempo e dal fumo dei cassonetti dei rifiuti incendiati. Ognuno di questi tempietti ha una sua storia.
Tra queste è giusto ricordare la piccola cappella di Sant'Antonio a Mergellina, dove ogni anno si svolge la processione che partendo dal Santuario di Posillipo, raggiunge il pontile dei pescatori. Il tabernacolo di Porta San Gennaro con affreschi di Mattia Preti.
Tra le più antiche sono da ricordare ancora le due edicole dirimpettaie dedicate al patrono di Napoli, su Via Ponte della Maddalena, su progetto di Ferdinando Sanfelice.
Stupendi sono infine il Crocifisso al centro di Piazzetta Orefici e l'altro sulle rampe di San Giovanni Maggiore.




giovedì 23 dicembre 2010

Natale e il presepe Cuciniello a Napoli


E' tempo di Natale e non vi è miglior modo per fare gli auguri ai gentili lettori  se non ammirando il Presepio Cuciniello di valore storico ed artistico inestimabile, in mostra permanente nei locali del Museo Nazionale di San Martino di Napoli.
 Il presepe fu allestito il 28 Dicembre del 1879 con pastori donati da Michele Cuciniello, dal quale prese il nome.

..
 Ancora auguri!

domenica 14 novembre 2010

Il rinascimento a Napoli: la chiesa di Sant’Anna dei Lombardi



Napoli è un caleidoscopio per antonomasia di varie culture, diverse tra loro e connesse alla storia complessa della città articolata nei periodi che si sono succeduti da quello greco a quello romano, dal romanico, al gotico e a quello rinascimentale.
Il rinascimento napoletano fu caratterizzato da modi esuberanti e solenni, con un ampio ricorso alle decorazioni in piperno e marmo bianco per le facciate degli edifici sacri e dei palazzi.
Il vero Rinascimento in realtà si ha con con l'insediarsi di Alfonso V d’Aragona che dal 1444 amplificò la rete di scambi culturali nel Mediterraneo, coinvolgendo i territori partenopei nel giro degli scambi strettissimi con gli altri territori della corona aragonese e chiamando in città artisti catalani e spagnoli, tra cui spiccò la presenza di diversi caposcuola come Pisanello e Colantonio.
Le prime commissioni architettoniche vennero affidate ad artisti spagnoli, ancora lontani dalle problematiche rinnovate del Rinascimento, ma legati a svariati indirizzi. L'eterogeneità della committenza reale è evidente nella ricostruzione di Castel Nuovo dove dal 1451 lavorarono maestranze iberiche, incaricate di creare una residenza adeguata al sovrano e un fortilizio in grado di resistere alle artiglierie.

Nel 1453, il castello fu dotato di un arco monumentale cioè l’arco trionfale del Castel Nuovo progettato forse da una collaborazione tra Francesco di Giorgio Martini e Luciano Laurana E’ ben evidente sull’arco un fregio con l'ingresso trionfale di Alfonso V a Napoli, ispirato ai cortei trionfali romani, mentre sul secondo si trovano quattro nicchie con statue. Questa struttura testimonia un uso liberissimo del modello classico, subordinato alle esigenze celebrative.

Sul finire del secolo, grazie all'alleanza politica con Lorenzo il Magnifico, si ebbe un ingresso diretto di opere e maestranze fiorentine, che comportarono una più omogenea adozione dello stile rinascimentale. Importante cantiere dell'epoca fu la chiesa di Sant’Anna dei Lombardi di Monte Oliveto che,è un esempio unico di sacro rinascimentale di matrice toscana ed è' un compendio della scultura cinquecentesca.

Fondata nel 1411 per i padri Olivetani, assieme al convento immerso nel verde dei giardini poco distanti dal centro, fu tra le favorite della corte aragonese. Il convento (oggi caserma Pastrengo) accolse diverse personalità della cultura: qui nel 1588 Torquato Tasso scrisse una parte della Gerusalemme Liberata. Nel 1799 gli Olivetani parteggiarono per i rivoluzionari, il loro monastero fu soppresso, la chiesa rimase in piedi, fu tolta al loro ordine e assegnata all' Arciconfraternita dei Lombardi che la dedicò a Sant' Anna. L' interno ha una navata a cappelle e abside rettangolare ed è tra i più belli di Napoli, con opere, tra gli altri, di Guido Mazzoni, Antonio Rossellino, Benedetto da Maiano, Pedro Rubiales. Opere di grande valore sono: il presepe di marmo del 1475 di Antonio Rossellino , visibile a Sant'Anna dei Lombardihttp://curiositlessicali.blogspot.com/2010/12/il-presepio-del-rinascimento.html . l' altare Logorio di Giovanni da Nola e l' altare del Pezzo di Girolamo Santacroce, gli stalli lignei con tarsie di Giovanni da Nola, la sagrestia vecchia (il refettorio) con le decorazioni pittoriche (Fede, Religione e Eternità) realizzate nel 1544 da Giorgio Vasari e la cantoria con l' organo e gli affreschi di Battistello Caracciolo. Nella chiesa erano contenuti anche tre dipinti del Caravaggio, perduti durante il terremoto che distrusse la chiesa nel 1805.







giovedì 4 novembre 2010

La Chiesa di Santa Restituta ad Ischia


Intere biblioteche conservano libri, che parlano nel corso dei secoli di Ischia e Capri, le meravigliose perle del golfo di Napoli.

Ischia,l’isola verde per antonomasia è molto più ampia ristetto a e vanta comuni importanti come Lacco Ameno, Porto d’ischia, Forio d'Ischia, Varano. Casamicciola.

Sarebbe superfluo dilungarsi su Ischia per decantare le superbe bellezza di una terra incantevole meta ininterrotta di visitatori.

Qui ci dedichiamo al Santuario di Santa Restituta, una giovane che nell'anno 284 viene flagellata crudelmente in Africa, quindi viene posta su una barca carica di stoppa.

La vecchia barca priva di remi e di vele viene rimorchiata al largo della costa e qui viene appiccato il fuoco.
Le fiamme risparmiano però il corpo della giovane.

Appare allora un angelo del Signore e le sue ali sospingono la barca fino all'Isola di Ischia fino alla Baia di San Montano, dove miracolosamente attracca. In breve sui declivi dell'isola si diffonde un nuovo profumo: sulla sabbia fioriscono i gigli.
La chiese, dedicata al culto di S.Restituta risale ad una Basilica Paleocristiana del IV-V sec., sui cui resti nel 1036 venne eretta la nuova chiesa, cosiddetta "madre" o "grande". La chiesa venne ristrutturata nel 1700 e ricostruita,come si presenta attualmente, dopo il terremoto del 1883 e venne riaperta al culto il 2 luglio 1886. La facciata é stata realizzata nel 1910.
L’interno è ricco di opere d’arte: sull'altare maggiore in marmo spicca il quadro con la Madonna del Carmine del 1560, Sant'Agostino e Santa Restituta sulla barca sospinta dagli angeli. Ai lati vi sono due quadri: quello sulla sinistra raffigura San Nicola da Tolentino, quello sulla destra San Tommaso da Villanova. Entrambi della prima metá dell'800, sono attribuiti a Filippo Balbi.

Nell'attigua cappella di Santa Restituta é collocato un altare con un pregevole paliotto di marmo intarsiato. Al di sopra, in una nicchia, é custodita la veneratissima statua lignea di Santa Restituta, opera del XVI secolo.

Il Museo merita assolutamente una visita ed è una testimonianza diretta della vita e della cultura in Ischia dai greci al primi cristiani. Il Museo, difatti è stato realizzato sui luoghi stessi degli antichi insediamenti.

Attualmente il Museo raccoglie anche numerosi reperti archeologici di varie epoche ritrovati non solo a Lacco Ameno - nei luoghi di insediamento dell'antica città di Pitecusa - ma su tutta l'isola.






domenica 3 ottobre 2010

La stazione zoologica Antonio Dohrn a Napoli


Napoli è nota al mondo per le sue bellezze paesaggistiche, per l’arte e la cultura ( basti pensare che tutta l’attività filosofica di Benedetto Croce si è esplicata a Napoli ove a ricordo è rimasto il celebre palazzo Filomarino).

Napoli tuttavia è una stella di prima grandezza in capo scientifico di cui è testimonianza ad esempio feconda l’università Federico II.
Non meno celebre è la Stazione Zoologica Anton Dohrn la cui sede principale si trova al centro della Villa Comunale di Napoli, a pochi passi dal mare, del Golfo. Attività di ricerca viene effettuata anche in Ischia presso la Villa Dohrn, luogo strategico nel cuore per gli studi in ecologia bentonica.
La stazione zoologica, fondata nel 1872 dal naturalista e zoologo tedesco Anton Dohrn, nato a Stettino 1840 e laureato a Berlino in Scienze Naturali ed amico di Darwin.
La Stazione sorta  per la conoscenza e lo studio della flora e della fauna del mare, a giudizio di Dohrn, avrebbe potuto rappresentare un centro privilegiato per lo studio embrionale degli animali marini. e per raccogliere informazioni preziose su molti aspetti dell'evoluzione.
Essa rappresentò ben presto una delle più autorevoli Istituzioni scientifiche cittadine, affiancando le esistenti in Napoli: l'Orto Botanico a Foria e l'Osservatorio Astronomico di Capodimonte.

Fu la prima istituzione di derivazione non borbonica e fu fondata proprio a Napoli per scelta dello stesso Dorhn, affascinato dalla città e interessato per la ricchezza faunistica del golfo. L'Acquario di Napoli con annessa Stazione zoologica divenne un Centro Mondiale di studio della Biologia marina. Il successo della Stazione Zoologica, e il nuovo modo di condurre e finanziare le ricerche rappresentano le principali eredità di Dohrn. Successivamente, in ogni parte del mondo sorsero centri di ricerca scientifica ispirati al modello della Stazione Zoologica di Napoli, che può quindi essere considerato il primo centro di ricerca.La Stazione Zoologica infatti anticipò in piena epoca industriale un modello di pianificazione di ricerca scientifica post-industriale, che introdusse concetti moderni come l’interdisciplinarità, la capacità manageriale di autofinanziamento (attraverso l’acquario e la vendita di animali marini ad altri istituti di ricerca, ecc.), la promozione della cooperazione e collaborazione di tutte le persone coinvolte nella ricerca (collaboratori, tecnici, pescatori e inservienti). Nei suoi laboratori hanno operato attivamente ben 19 premi Nobel dando significativo impulso allo sviluppo delle scienze biologiche.
Continuano oggi attività di ricerca prestigiose e nella sede prestigiosa annessa a Via Caracciolo si svolgono seminari e convegni di carattere internazionale.








venerdì 24 settembre 2010

La chiesa di San Lorenzo Maggiore a Napoli: vero gioiello gotico caro a Boccaccio

 
Napoli  vanta moltissime chiese ad architettura gotica e tra queste meritano di essere le chiese gotiche dell’Incoronata, di San Giovanni a Carbonara, di Santa Maria Donnaregina, di San Pietro a Majella impreziosite nei secoli da affreschi, marmi, tavole e dipinti.
Ma la chiesa gotica per antonomasia, vero gioiello della Napoli artistica è San Lorenzo Maggiore.
E’ una grandiosa costruzione gotica, risalente alla fine del Duecento, che si innalza nella piazza San Gaetano, nel centro storico della città.. La costruzione è imponente, soprattutto perchè si trova in una piazza  inserita in un dedalo di vicoli, caratteristici di quelle zone antiche.
Eretta per volere di Carlo d’Angiò tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo, là dove sorgeva una preesistente chiesa paleocristiana, è uno straordinario esempio dello stile gotico francese a Napoli. Rinnovata in forme barocche nel XVII e XVIII secolo, i restauri novecenteschi ne hanno restituito le originarie forme gotiche. La facciata di Ferdinando Sanfelice è del 1742 e conserva il trecentesco portale marmoreo originario. La pianta è a croce latina a navata unica, con copertura a capriate lignee, scandita da colonne di sostegno di archi a sesto acuto e cappelle laterali. Di rilievo è l’abside poligonale con volte a crociera e cappelle radiali illuminate da alte finestre bifore e trifore. Molte le opere di interesse artistico tra cui il Sepolcro di Caterina d’Austria con sculture di Tino da Camaino (1323) e il Cappellone di S. Antonio opera barocca di Cosimo Fanzago (1638). All’esterno, accanto alla chiesa, vi sono il campanile quattrocentesco e il convento dei Frati Minori con il chiostro settecentesco, la Sala Capitolare affrescata da Luigi Rodriguez (1608) e il refettorio.
La chiesa che sorge su un antico “ macellum” di preesistente epoca romana è molto cara anche agli studiosi della letteratura italiana perché , si narra che fu qui che Boccaccio si innamorò perdutamente di Maria dei conti d’Aquino - conosciuta nelle sue opere come Fiammetta Il convento attiguo ospitò Francesco Petrarca e, infine, nella stessa chiesa, Alfonso I d'Aragona riconobbe come successore il figlio Ferdinando col titolo di Duca di Calabria.

sabato 31 luglio 2010

La casina vanvitelliana del Lago Fusaro


Il Settecento è un’epoca d’oro per Napoli e l’intero Regno delle du Sicilie.
Non privo di visioni illuministiche in cui rifulsero personalità come Bernardo Tanucci e Gaetano Filangieri, il Settecento vide il fiorire di ville, monumenti e palazzi di eccelso livello artistico.
I Borbone del Settecento acquistavano tutto ciò che potesse diventare luogo di caccia e di pesca. Portici, meta indiscussa per i viaggiatori ed intellettuali di tutta Europa come Venafro, la Reggia di Caserta, la vicina San Leucio e Persano.
Tra i siti borbonici un edificio di ineguagliabile bellezza è rappresentato dalla Casina Vanvitelliana:un suggestivo casino di caccia ubicato su un'isoletta del Lago Fusaro, nel comune di Bacoli.
La zona del Fusaro a partire dal 1752,all'epoca scarsamente abitata, divenne la riserva di caccia e pesca dei Borbone, che affidarono a Luigi Vanvitelli le prime opere per la trasformazione del luogo. Salito al trono Ferdinando IV gli interventi furono completati da Carlo Vanvitelli, figlio di Luigi, che nel 1782 realizzò il Casino Reale di Caccia sul lago, a breve distanza dalla riva. L'edificio, di gusto neoclassico, è a pianta centrale, collocato su di una piattaforma che si sviluppa circolarmente. Si struttura su due livelli mediante corpi di fabbrica sporgenti e terrazzati: il primo livello, a forma di dodecagono, è più ampio perchè dotato di due ambulacri a nord e a sud, ai lati delle arcate frontali.
le. Le decorazioni in stucco sulle facciate appaiono eleganti, con pochi risalti e prive di forme particolarmente ridondanti

Questo edificio, noto come Casina Vanvitelliana, fu adibito alla residenza degli ospiti illustri,
Vi furono ospitati personaggi come Francesco II del Sacro Romano Impero, Wolfgang Amadeus Mozart, Gioachino Rossini.
L’interno,ricco di raffinate produzioni settecentesche ed ampie vetrate,ricorda per alcuni aspetti la Palazzina di caccia di Stupinigi, progettata alcuni anni prima da Filippo Juvarra .
Il Real Sito del Fusaro ebbe estimatori da ogni parte e appassionò i pittori di tutte le provenienze: lo si ritrova nei disegni e acquerelli di Vervloet, Vianelli, Giacinto e Achille Gigante, Fergola e in altri, innumerevoli opere grafiche. e nella celebre della "caccua alle folaghe sul lago Fusaro di Hackert".
Lo si ritrova anche in quel singolare e unico supporto di vedutismo che è il "Servizio dell' Oca" della Real Fabbrica della Porcellana, che mostra sulle facce concave di quei primi oggetti di design molto alla moda, il Lago d' Averno, l' Anfiteatro di Pozzuoli, il Tempio di Diana a Baia, il Ponte di Caligola e il Fusaro stesso.

sabato 17 luglio 2010

Le ville vesuviane del settecento



Il regno di Carlo di Borbone, cui si devono profonde ed illuminate innovazioni culturali e sociali, consentì che Napoli diventasse una capitale al livello delle altre capitali europee.
In tale cornice illuministica si inseriscono le splendenti ville vesuviane il cui primo niucleo fu realizzato nel ventennio che va dal 1745 al 1765.
Sono delle vere e proprie ville patrizie costruite nel territorio dal clima mite a ridosso del Vesuvio, per spirito di emulazione nei confronti del sovrano.
Le ville vesuviane che fiancheggiano il tratto di strada compreso tra S.Giovanni a Teduccio ed i confini tra Torre del Greco e Torre Annunziata conobbero, durante il XVIII secolo, un periodo di grande splendore. Era il 1738 quando la regina Maria Amalia di Sassonia sposò Carlo di Borbone, da quattro anni sul trono di Napoli, e indusse suo marito a scegliere Portici per la costruzione di una villa reale e per dare inizio agli scavi di Ercolano, ai quali seguirono, dieci anni più tardi, quelli di Pompei.
Da quel momento, tutti i nobili napoletani decisero di seguire l’esempio lanciato dalla corte dei Borbone facendo costruire lungo la zona costiera ai piedi del
Vesuvio le loro ville per il soggiorno.
Lungo quest’asse ideale che collega il vulcano al mare, ribattezzato “Miglio d’oro”, prese vita un patrimonio storico e architettonico senza precedenti, espressione di uno dei periodi più fiorenti vissuti dalla società napoletana.
Le ville vesuviane, edifici disegnati e realizzati da grandi architetti come
Vanvitelli, Sanfelice, Fuga e Vaccaro, presentano caratteristiche ricorrenti: gusto scenografico,uso sapiente di effetti ottici e mescolanza di ordini architettonici. All’interno dei palazzi prevalgono le fughe prospettiche dei colonnati
All’esterno, sono ricorrenti viali, in asse con le ville.
Sono complessivamente 122 gli immobili monumentali, territorio dei Comuni di Napoli, San Giorgio a Cremano, Portici, Ercolano, Torre del Greco, tutti splendidi dal punto di vista architettonico e tra questi assumono particolare rilievo ville come ad esempio la villa Prota di Torre del Greco che riassume nel suo insieme il più vivace barocco napoletano;la villa Meola di Portici attribuita a Domenico Antonio Vaccaro ,mirabile esempio di rococò napoletano;la villa Campolieto di Ercolano a pianta a croce greca; la villa Favorita a Portici, opera imponente realizzata da Ferdinando Fuga che presenta un impianto planimetrico che si discosta dagli schemi ricorrenti delle ville settecentesche; la Villa Solimena sempre di Torre del Greco con una suggestiva prospettiva ingresso giardino di impronta vanvitelliana

martedì 15 giugno 2010

Napoli: il chiostro maiolicato di Santa Chiara


Per coloro che intendano trovare un’oasi di pace e serenità nel cuore della Napoli popolare che si snoda intorno alla Chiesa del Gesù , al palazzo Filomarino, celebre dimora di Bendetto Croce ed alla chiesa di Santa Chiara si rifugi nel grandioso chiostro maiolicato delle Clarisse.
Questo luogo paradisiaco, pervaso dalla musica del silenzio,originariamente di matrice gotica, fu trasformato nel 1742 da Domenico Antonio Vaccaro che ne rivestì la struttura e i ben 72 pilastri ottagonali di stupende mattonelle policrome in gusto rococò, disegnate dallo stesso Vaccaro e realizzate dai "riggiolari" napoletani Donato e Giuseppe Massa.
I pilastri, intervallati da sedili, sono decorati con motivi a tralci di viti e glicini, che si avvolgono a spirale fino al capitello di sostegno del pergolato. Sulle spalliere dei sedili, anch'essi maiolicati, sono rappresentati motivi agresti, marinari e mitologici.
Il chiostro vede la presenza di due ampi viali interni che si incrociano al centro e da ampie aree a giardino, prevalentemente destinato ad agrumeto; come si intuisce anche dai temi delle decorazioni, all'epoca esso si caratterizzava più come giardino di delizie che come luogo semplicemente destinato al raccoglimento e alla preghiera. Il chiostro ben noto per le maioliche è altresì importante per il ciclo pittorico degli affreschi seicenteschi che occupano interamente la superficie parietale del Chiostro.

sabato 12 giugno 2010

Agropoli nel Cilento: lo scoglio di San Francesco


Sono molti i luoghi in Italia in cui ha dimorato San Francesco nel corso dei suoi numerosi viaggi lontani dall’Umbria e dal Reatino. Tra questi vi è Agropoli nel Cilento:un importante centro costiero situato alle porte occidentali del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, sul mar Tirreno all'estremità meridionale del golfo di Salerno ed a sud della Piana
E’ un territorio che ha visto la presenza dell'uomo fin dai tempi più remoti del neolitico, ma che inizio tuttavia ad avere un ruolo importante con i greci.
Tra il 535 e il 553 con la guerra greco-gotica, i bizantini alla ricerca di un posto sicuro a sud di Salerno dove poter difendersi, fortificarono Agropoli ivi ponendovi una loro roccaforte. Il borgo prese così il nome di Acropolis ossia, città posta in alto.
I bizantini, rimasero ad Agropoli fino all'882, quando furono costretti ad abbandonarla, per incursioni dei Saraceni, i quali realizzarono un “ribàt” ossia una potente base fortificata. Da lì, partivano tutti gli attacchi volti a saccheggiare e depredare i paesi vicini, e addirittura la stessa Salerno. Una situazione del genere era però intollerabile, ma fortunatamente durò poco. Nel 915 fu lanciata una violenta offensiva contro i Saraceni che furono scacciati dall'intero territorio.
Quanto sopra solo per menzionare alcuni eventi fondamentali della complessa storia di Agropoli.
Ebbene in uesto posto d’incanto, oggi meta incessante di turisti, soggiornò il Santo patrono d’Italia, fondatore dell’ordine dei mendicanti. Si racconta che San Francesco D'Assisi, nel suo giro di predicazione compiuto nel 1222, fece appunto una sosta ad Agropoli. Tale episodio non è ricavato dalle tradizioni popolari, bensì da documenti storici;
Si legge ad esempio negli annali dei Frati Minori dell'anno 1222 "Frate Francesco fece costruire un convento in Agropoli, dopo che alla presenza del popolo incredulo, da un alto scoglio predicò ai pesci accorsi sul lido".
Pochi anni dopo, nel 1230, dopo che frate Francesco morì, gli Agropolesi costruivano il convento omonimo che domina come un castello sulla costa e che oggi è adibito ad abitazioni private. La zona costiera si estende per più di tre chilometri e racchiude lo "Scoglio di San Francesco" e lo "Scoglio di Trentova", e un vasto numero di piccole insenature che si alternano fino ad arrivare alla splendida spiaggetta del Vallone. La baia deve il suo nome allo scoglio omonimo di Trentova, visto che, secondo la storia della zona, furono scoperte all'interno delle grotte antestanti la roccia affiorante trenta uova di gabbiano o di tartaruga marina. Questa baia è per molti il punto più bello di tutta la costa , situata nel cilento all'entrata del Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano.

domenica 6 giugno 2010

Salerno e la scuola medica


In Campania due sono le città che si affacciano sul mare: Napoli e Salerno. Entrambe mirabili con lungomari mozzafiato, eppure diverse tra di loro.
Ci soffermiamo su Salerno per ricordare che qui fu fondata la gloriosa e celeberrima scuola di medicina.
La leggenda e la storia si sovrappongono; comunque quel che è certo è che Salerno conobbe il periodo di massimo splendore sono i Normanni fra il secolo XI ed i primi decenni del secolo XII, quando con Roberto il Guiscardo Salerno fu scelta come capitale del ducato; venne allora eretto il Duomo ed istituita la scuola medica.
Formatasi sul ceppo della medicina greco- romana, la scuola di Salerno accentrò in sé le conoscenze dell’Alto e basso medioevo, assorbendo anche le esperienze arabe di Averroè ed Avibenna e degli ebrei spagnoli.
La scuola che è basata sulla dottrina tetradica,cioè teoria dei quattro umori, così come venne concepita nel mondo antico e sistematizzata da Galeno raccomandava con i suoi aforismi,ancora oggi non privi di interesse, delle vere e proprie ricette di lunga vita in cui si consigliavano la moderazione del nutrimento, ed una moderata dieta proprio per evitare dannosi eccessi calorici.
Una vera sintesi della scuola salernitana è rappresentata da "Il Giardino della Minerva" che si trova nel cuore del centro antico di Salerno, in una zona denominata nel Medioevo “Plaium montis”, a metà strada di un ideale percorso che si sviluppa lungo l‘asse degli orti cinti e terrazzati che dalla Villa comunale salgono, intorno al torrente Fusandola, verso il Castello di Arechi.
L'attuale aspetto del giardino è quello che assunse a partire dal XVII secolo. Esso è costituito da diversi terrazzamenti collegati da una scalea affiancata da pilastri su cui si poggia una pergola con vite. La scalea si sviluppa lungo una prospettiva che unisce idealmente i giardini della villa comunale con il castello di Arechi ed offre una vista panoramica sul golfo, il centro storico e la costiera amalfitana.
Un sistema di vasche, fontane e canalizzazioni, sempre del 1600, si sviluppa lungo tutti i terrazzamenti. Di particolare pregio estetico è una fontana che raffigura la dea Minerva (da cui prende il nome il giardino) e la fontana della conchiglia, sul terrazzo panoramico del settecentesco palazzo Capasso
Dopo il restauro del 2001 nel giardino sono state piantate numerose piante, anche rare, dando particolare rilevanza a quelle specie citate nel Regimen Sanitatis Salernitanum e nell'Opus Pandectarum Medicinae, che venivano usate nel medioevo come piante medicamentose.

mercoledì 26 maggio 2010

Le vestigia feudali di Sant’Elmo a Napoli


Napoli vanta quattro castelli importanti dal punto di vista storico ed artistico:Maschio Angioino, Castel dell’Ovo, Castel Capuano e Castel Sant’Elmo.
Quest’ultimo è il meno conosciuto dai napoletani anche perché per molti anni non è stato accessibile ai visitatori.
Il castello rappresenta uno dei più significativi esempi di architettura militare cinquecentesca ed era concepito su pianta stellare con sei punte che sporgono di venti metri rispetto alla parte centrale e collocò, in luogo dei tiranti, enormi cannoniere aperte negli angoli rientranti
Cinto da un fossato era dotata di una grande cisterna per l'approvvigionamento d'acqua. Prima del fossato sorge una piccola chiesa dedicata, nel 1682 dagli spagnoli, a Nostra Signora del Pilar.
Purtroppo poco o nulla è rimasto dell’originario castello medievale: le sue vestigia sono andate infatti distrutte e testimonianza fondamentale ed unica è la tavola Strozzi del XV secolo conservata nel museo Capodimonte di Napoli.Nella tavola lungo i margini della collina del Vomero che appare coperta da una fitta vegetazione, compare in primo piano il recinto esterno del Chiostro di San Martino.
Alle spalle del chiostro si colloca il forte angioino di cui è riconoscibile sempre nella tavola il sistema delle difese del forte che fu eretto intorno al 1328 in un luogo in cui era originariamente esisteva una torre costruita dai normanni e chiamata Berfort intorno alla quale Carlo d’Angiò fece costruire poderose mure di cinta.
Il castello nel corso dei tempi fu dotato di prigioni e nel 1604 fu rinchiuso nel forte il filosofo Tommaso Campanella frate domenicano irr Accanto a Catel Sant’Elmo è situata La Certosa di San Martino che è tra i maggiori complessi monumentali di Napoli e che rappresenta in assoluto, uno dei più riusciti esempi di architettura e arte barocca insieme alla Reale Cappella del Tesoro di San Gennaro. la Certosa ospita dal 1866 il Museo di San Martino in cui sono raccolti preziosi presepi napoletani tra cui quello "Cuciniello"
Questo castello nel succedersi delle sue costruzioni e demolizioni è dunque un evidente esempio dell’importante ruolo che Napoli ha assunto nel corso dei secoli dal punto di vista artistico: in tale contesto si colloca il castello Sant’Elmo che nella sua forma originaria doveva rappresentare senza dubbio una delle opere più significative del dominio angioino nella città partenopea.